Tutti in battello all’eremo

giugno 14, 2010 · Filed Under News · Comment 

L’Amministrazione Provinciale di guidata da Dario Galli, in collaborazione con il punto Iat diretto da Paola Della Chiesa e le amministrazioni comunali interessate, ha preso davvero a cuore il pi

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Frana sotto controllo, si viaggia

aprile 27, 2010 · Filed Under Eventi · Comment 

E’ stata ripristinata la circolazione ferroviaria sulla linea Luino-Gallarate nella tratta tra Luino-Laveno, interrotta domenica sera a causa di uno smottamento di una fiancata della montagna adiacente la galleria nei pressi della località Caldè. Lo ha reso noto la Lombardia, comunicando anche la concomitante riapertura al traffico della Strada provinciale 69 (Sesto Calende-Luino), chiusa per lo stesso motivo.
Claudio Perozzo a pagina 15

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Anziano colpito da un albero, tragedia a Orino

gennaio 30, 2010 · Filed Under News · Comment 

ORINO – Tragedia ieri nel primo pomeriggio a Orino. Un pensionato di 75 anni, Bruno Bonato, è morto colpito alla testa dalla pianta che stava tagliando nel boschetto davanti a casa sua, in via Cerro. L’anziano, dopo aver iniziato il taglio da solo, aveva chiesto aiuto ai vicini. La tragedia si è consumata sotto i loro occhi. I soccorritori del 118, arrivati in pochi minuti, hanno fatto di tutto per salvarlo, ma l’anziano non ce l’ha fatta. In mattinata si era già verificato un altro grave incidente ad Agra. Un uomo di 55 anni era stato colpito da un grosso ramo mentre stava ripulendo un’area boschiva. L’uomo, portato all’ospedale di Luino, è stato poi trasferito all’Humanitas di Rozzano in gravi condizioni.
Laura Zoccoli e Claudio Perozzo a pagina 5

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Anziano colpito da un albero, tragedia a Orino

gennaio 30, 2010 · Filed Under Eventi, News · Comment 

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Laura Zoccoli e Claudio Perozzo a pagina 5

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Laura Zoccoli e Claudio Perozzo a pagina 5

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Laura Zoccoli e Claudio Perozzo a pagina 5

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Famiglia intossicata dal monossido

novembre 28, 2009 · Filed Under Eventi · Comment 

CANTELLO – Una famiglia di quattro persone, padre, madre e due bambine di 11 e 9 anni hanno avuto un brutto risveglio, l’altra notte: sono rimasti tutti intossicati dal monossido di carbonio.
Le esalazioni provenivano da una caldaia usata per il riscaldamento e l’acqua calda. Una stufetta forse non a tenuta stagna, anche se i controlli erano stati regolarmente effettuati di recente come prescrive la legge.
Per fortuna i quattro hanno intuito subito le ragioni del malore che li ha colpiti, con nausea e malessere generale. Dopo l’intervento del 118 e dei vigili del fuoco sono stati curati in ospedale a .
Ma per loro si è reso necessario un trattamento nella camera iperbarica di Laveno e dopo le cure mediche la famigliola ha potuto fare rientro a casa ieri in serata.
Renata Manzoni
e Claudio Perozzo a pagina 17
L’OMICIDIO DI COCQUIO

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Famiglia intossicata dal monossido

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Il deltaplanista morto ha evitato una strage

settembre 8, 2009 · Filed Under Eventi · Comment 

– La morte di Alessandro Pivetta, il deltaplanista comasco di 33 anni che nel pomeriggio di domenica scorsa si è schiantato sul tetto dell’albergo del Sasso del Ferro, ha forse evitato una strage. Verso le 17,45 il giovane è stato visto piombare verso lo spiazzo dove si trovavano decine di turisti e sportivi e forse per evitare di cadere sulla gente il pilota avrebbe tentato disperatamente di riprendere il controllo del deltaplano che ha poi urtato con i tubolari inferiori la grondaia dell’albergo della Funivia e, con un effetto a “martello”, si è capovolto violentemente sul tetto dello stesso proiettando il Pivetta con il capo contro la copertura.
Claudio Perozzo a pagina 12

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Si tuffa nel Bardello e salva un vitellino Occhio clinico e vecchio fiuto

settembre 2, 2009 · Filed Under Eventi, Foto · Comment 

Un vitellino di soli cinque giorni, scappato da un allevamento, è stato salvato dalle acque del Bardello da un volontario della Protezione civile di , che si è tuffato nel fiume. E’ accaduto ieri pomeriggio nella zona della Torcitura di Brebbia in via Mazzino. Nella il vitellino allattato dalla mucca condotta sul posto.
Claudio Perozzo a pagina 12
di GIANNI SPARTA’
I progressi nelle indagini giudiziarie, agevolati dalla tecnica, presentano gli stessi rischi che la diagnostica avanzata (la chiamano “per immagini”) ha procurato ai medici. Grazie alle macchine capaci di esplorare l’infinitensimale si raggiungono le parti più recondite del corpo umano: gran bella risorsa. Ma usando lo zoom è facile perdere di vista lo stato generale di un paziente la cui valutazione era una volta il campo d’azione nel quale i camici bianchi misuravano la loro bravura. L’occhio clinico faceva la differenza: se uno ce l’aveva era un grande. Ed era, l’occhio clinico del medico, come il fiuto investigativo di un maresciallo dei carabinieri o di un commissario di polizia. Quante storie e quante leggende.
Ora la doccia scozzese piovuta sull’inchiesta per il delitto di Garlasco getta ombre grottesche su quanto, per due anni, abbiamo letto nei giornali, che sarebbe il meno, e visto nei salotti di talk show televisivi, trasformati da abili suscitatori di emozioni popolari in processi virtuali con indici d’ascolto altissimi. L’immaginario collettivo s’è arrovellato attorno ai pedali e alla sella di una bicicletta che doveva avere impressa, da qualche parte del telaio, l’impronta genetica dell’assassino. Portato in studio, messo sotto il fuoco delle telecamere, il velociopede è stato quasi interrogato da criminologi, magistrati in libera uscita, avvocati, psicologi e attori di fiction perché dopo il Grande Fratello non c’è più una separazione netta tra immaginazione e realtà. Deposta in garage la bicicletta, è toccato a un paio di scarpe salire sul palcoscenico: le scarpe di Alberto Stasi che “sicuramente” avevano camminato nel mattatoio in cui è stata uccisa Chiara Poggi. C’era sangue ovunque nella villetta del delitto: sul pavimento, lungo la scala. Un test riprodotto al computer con immagini tridimensionali annunciava urbi et orbi che sarebbe stato impossibile per l’omicida, cioè Alberto Stasi, non avere qualche macchiolina nelle suole, in caso di calpestio, sulle tomaie, nell’eventualità di uno schizzo.
Bene: a distanza di due anni, quando il tam tam mediatico è ormai sedato, qualcuno ha compiuto un gesto che era la prima regola di un’indagine prima dei Ris e dei loro complicati sortilegi genetici. Ha verificato un alibi e appurato che Alberto non ha potuto uccidere Chiara alle 12 se alla 12,20 era ancora chino sul computer, impeccabile registratore di tempi e date, se non manipolato. Figuraccia mondiale, sconcerto, chilometri di riprese televisive ridotte a spazzatura e formidabile carta nella mani della difesa.
Alberto innocente? Non è detto. E comunque i processi non sono portatori sani di verità con la V maiuscola. La morale da trarre è che le sentenze, a dispetto di fantastiche scoperte scientifiche, non possono essere il risultato di formule matematiche. Quando ci si trova di fronte a un capovolgimento di fronte come quello di Garlasco, è forte la nostalgia per i brigadieri delle Volanti che se ne impipavano delle perizie, non indagavano a senso unico, e ai cronisti di nera, confidando nelle loro fonti, rispondevano: non trascuriamo nessuna pista.

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Si tuffa nel Bardello e salva un vitellino Occhio clinico e vecchio fiuto

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settembre 2, 2009 · Filed Under Eventi, Foto, News · Comment 

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di GIANNI SPARTA’
I progressi nelle indagini giudiziarie, agevolati dalla tecnica, presentano gli stessi rischi che la diagnostica avanzata (la chiamano “per immagini”) ha procurato ai medici. Grazie alle macchine capaci di esplorare l’infinitensimale si raggiungono le parti più recondite del corpo umano: gran bella risorsa. Ma usando lo zoom è facile perdere di vista lo stato generale di un paziente la cui valutazione era una volta il campo d’azione nel quale i camici bianchi misuravano la loro bravura. L’occhio clinico faceva la differenza: se uno ce l’aveva era un grande. Ed era, l’occhio clinico del medico, come il fiuto investigativo di un maresciallo dei carabinieri o di un commissario di polizia. Quante storie e quante leggende.
Ora la doccia scozzese piovuta sull’inchiesta per il delitto di Garlasco getta ombre grottesche su quanto, per due anni, abbiamo letto nei giornali, che sarebbe il meno, e visto nei salotti di talk show televisivi, trasformati da abili suscitatori di emozioni popolari in processi virtuali con indici d’ascolto altissimi. L’immaginario collettivo s’è arrovellato attorno ai pedali e alla sella di una bicicletta che doveva avere impressa, da qualche parte del telaio, l’impronta genetica dell’assassino. Portato in studio, messo sotto il fuoco delle telecamere, il velociopede è stato quasi interrogato da criminologi, magistrati in libera uscita, avvocati, psicologi e attori di fiction perché dopo il Grande Fratello non c’è più una separazione netta tra immaginazione e realtà. Deposta in garage la bicicletta, è toccato a un paio di scarpe salire sul palcoscenico: le scarpe di Alberto Stasi che “sicuramente” avevano camminato nel mattatoio in cui è stata uccisa Chiara Poggi. C’era sangue ovunque nella villetta del delitto: sul pavimento, lungo la scala. Un test riprodotto al computer con immagini tridimensionali annunciava urbi et orbi che sarebbe stato impossibile per l’omicida, cioè Alberto Stasi, non avere qualche macchiolina nelle suole, in caso di calpestio, sulle tomaie, nell’eventualità di uno schizzo.
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Alberto innocente? Non è detto. E comunque i processi non sono portatori sani di verità con la V maiuscola. La morale da trarre è che le sentenze, a dispetto di fantastiche scoperte scientifiche, non possono essere il risultato di formule matematiche. Quando ci si trova di fronte a un capovolgimento di fronte come quello di Garlasco, è forte la nostalgia per i brigadieri delle Volanti che se ne impipavano delle perizie, non indagavano a senso unico, e ai cronisti di nera, confidando nelle loro fonti, rispondevano: non trascuriamo nessuna pista.

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